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O mè paisi cu amuri e cu duluri
U MACCARISI MUDERNU
Me matri quann'era piccidditu
APPOI DUMANI
MATRI MIA BEDDA TU CHI MI SCUTI
DISCURSU PERSU CU GUIDU TURINU
A Marcu Farcuni- Sinnacu chił giuvanu d'Italia
Poeta mirabellese Giuseppe Bonura



Lettera indirizzata al Ministro per l'agricolutura

Sig. Ministro per le Politiche Agricole Alimentari e Forestali Luca Zaia, è possibile che quando Dio creò la terra abbia avuto un occhio di riguardo solo per la Padania ? E’ possibile che la Padania è il paradiso e le altre regioni o nazioni rappresentano l’inferno?

I Professori per poter insegnare da voi devono conoscere i dialetti del Nord; le fiction televisive devono essere tradotte in dialetto con i sottotitoli in italiano; il quotidiano “La Padania” dal 12 c.m. esce con una doppia copertina in due lingue: Italiana e veneta.
Non le sembra Sig. Ministro d’essere anacronistico?
A scuola già dalle elementari s’insegna l’inglese, per poter un domani parlare in Europa tutti la stessa lingua ed unire quindi le popolazioni, non solo a livello economico.
Sarebbe bello poter arrivare ad una confederazione di Stati europei: più i popoli si uniscono, meno guerre si fanno fra loro.
A proposito di guerre, voglio ricordarLe che nella prima e seconda guerra mondiale gli italiani non si capivano fra loro per il loro dialetti territoriali.
Certo, ha ragione Lei, quando dice chi ci sono stati uomini che con il dialetto hanno fatto grande l’Italia, come il Belli e Edoardo De Filippo di Napoli.
Aggiungo che in Sicilia abbiamo avuto Luigi Capuana, Domenico Tempio, Nino Martoglio e tanti altri che hanno scritto molti capolavori in dialetto siciliano e che ancora ci sono intellettuali che studiano la lingua siciliana, ma non per questo negano la lingua nazionale.
Noi siciliani, Sig. Ministro siamo fieri del nostro dialetto, come Lei del suo, perché rappresenta la nostra storia.
Mi farebbe piacere fargli vedere in teatro una commedia siciliana di Luigi Capuana o di Nino Martoglio, senza traduzione, per vedere cosa capirebbe.
Veda, l’Italia è piena di dialetti, non esiste solo quello Padano, ma viviamo in un mondo globalizzato, in un’Italia per la quale ci sono voluti secoli per unirla e molto sangue versato,
ci sono state scuole aperte a tutti per imparare a parlare e scrivere in lingua italiana, e Lei sarebbe meglio si occupasse d’agricoltura, anche d’agricoltura meridionale e siciliana, che a quanto pare non va troppo bene.

Sa, ho avuto una brutta esperienza lavorando in Veneto; in segreteria le mamme venivano a iscrivere i propri figli a scuola e parlavano in dialetto. Il figlio lo chiamavano fiore, putejo o toso ed io quasi mi sentivo all’estero.
Erano convinti che il dialetto veneto fosse lingua italiana.
Pian piano venne in me la voglia di scrivere in dialetto, lingua che mia madre m’insegnò appena nato.
Ci dobbiamo adeguare Sig. Ministro ad un mondo globalizzato e tenerci le nostre tradizioni. Noi tutti vogliamo bene il pezzetto di terra dove siamo nati, anche se quel pezzetto di terra altri hanno reso povero.
Una madre si disprezza solo perché povera?
Glielo dica alle 700.000 persone che hanno dovuto emigrare dal Sud negli ultimi 10 anni cosa si portano nel cuore.
Vorrebbero comunicare con voi con il loro dialetto, ma si sforzano di parlare in lingua nazionale per farsi capire. Mettetecela anche voi un tantino, perché Sig Ministro anch’io da bambino pensavo che il mio dialetto fosse comprensibile a tutti, e purtroppo la lingua italiana l’ho dovuta imparare

“alleggiu alleggiu, accussì”





Ncucchiannu palori


Lettera di Giuseppe Bonura




 

Giuseppe Bonura